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Jeff Koons tra plagio ed appropriative art

Ammonta a ben 24.000 euro la somma dovuta da Jeff Koons agli eredi del noto fotografo di nudo francese, Jean-François Bauret , scomparso nel 2014. Entità cospicua alla quale, come se non bastasse, andrà aggiunta la bellezza di altrettanti 20.000 euro di spese legali. Tale è stato il responso del Tribunal de Grande Instance di Parigi, che con una recente sentenza datata 9 marzo 2017 ha chiuso definitivamente le quinte sulla curiosa querelle. Il motivo? Quel che più di frequente può accadere in campo artistico: l’andare a superare quel sottile limbo che separa la semplice ispirazione dal vero e proprio plagio, beccandosi in tal modo l’accusa di  “scopiazzatura”. E a quanto pare, stavolta a farsi pietra dello scandalo è stato il celeberrimo artista del kitsch Jeff Koons, cui i discendenti del fotografo hanno puntato il dito contro per aver realizzato nel 1988 una scultura in porcellana, battezzata Naked, che sembra rifarsi – anche a giudizio del Tribunal – in maniera quasi pedissequa alla fotografia Enfants, scattata nel 1970 da Bauret. Trattandosi infatti di opere pressoché identiche, i giudici hanno bollato il caso come plagio. L’artista newyorkese, che oramai da anni vanta una posizione di spicco nell’iperuranio dei grandi dell’arte neo-pop, è stato condannato a sborsare circa 45.000 euro totali a favore della vedova Bauret e parenti. Va tuttavia precisato che l’opera stessa è stata venduta per la (non modica) cifra di 8 milioni di euro, e che il Tribunal ha affiancato a Koons un condebitore per il pagamento del risarcimento del danno: il Centre Pompidou di Parigi. Quest’ultimo si è fatto reo di aver permesso la circolazione della scultura, seppur soltanto attraverso delle immagini. Nella sentenza del Tribunal si legge a chiare lettere che la fotografia di Bauret presenta “un’atmosfera […] che rivela l’impronta della personalità dell’autore”, giudicata meritevole di tutela ai sensi del diritto d’autore. L’imitazione, del tutto priva di consenso, dell’immagine dei due ragazzini, ben può essere considerata un’ipotesi d’inosservanza delle norme in materia di diritto d’autore, le quali vincolano la realizzazione di opere c.d. derivate all’autorizzazione dell’autore originario. Tale principio viene sancito con forza anche dal nostro Legislatore, laddove all’articolo 4 della Legge sul diritto d’autore (legge n. 633 del 1941) chiarisce che sì, va tutelata l’opera c.d. derivata – da definirsi questa come “elaborazione di carattere creativo dell’opera stessa” – ma senza che ciò arrechi pregiudizio ai diritti dell’autore originario. Al successivo art. 18, poi, prevede un diritto esclusivo di elaborazione in capo all’autore, comprendente questo tutte le forme di modificazione, di elaborazione e di trasformazione dell’opera previste dall’anzidetto art. 4, comportando ciò il bisogno del consenso dell’artista dell’opera originaria, ad ogni successiva “elaborazione creativa” che derivi dall’opera, realizzata da un altro artista. Con la conseguenza che l’opera derivata può godere di un’autonoma tutela prevista dal diritto d’autore, in quanto appunto elaborazione creativa, ma ciò sempreché sia stata autorizzata dall’autore originario. Tendenza della legge e della giurisprudenza (sia dentro che fuori i confini nazionali) è pertanto quella di riconoscere spazio e merito alla c.d. appropriative art, quale genere artistico in voga consistente in “opere artistiche che reinterpretano immagini preesistenti tratte dall’arte e dalla cultura di massa, cambiandone il significato” (così il Tribunale di Milano, nell’ordinanza del 13 luglio 2011, contestualmente alla disputa John Baldessari c. Giacometti). Tutto ciò a patto che, comunque, non vengano lesi i diritti di coloro che per primi hanno avuto il guizzo artistico (i quali, per uno scherzo beffardo del destino, magari in vita propria hanno avuto anche un successo decisamente inferiore rispetto ai loro futuri imitatori: il caso Bauret-Koons ne è un lapalissiano esempio). Similmente in passato, in un caso che nel 1992 ha visto di nuovo coinvolto il celebre artista in questione: con la scultura tridimensionale String of puppies egli ha sostanzialmente copiato una fotografia già in essere, scattata nel 1980 dal professionista Art Rogers, apportando alla stessa modifiche assai esigue. La Corte statunitense ha rilevato “una sostanziale somiglianza” tra le due opere, etichettando la scultura lignea come plagio. In quella circostanza, come del resto in questa più recente, i giudici hanno rifiutato l’argomento della parodia, addotto da Koons in entrambe le occasioni a propria difesa, in quanto nei casi di specie non può parlarsi di parody: quest’ultima presuppone, difatti, una consapevolezza da parte del pubblico dell’esistenza dell’opera originale, nonché un chiaro intento parodico che sia rivolto all’artista originario.

Dott.ssa Giulia Campioni

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