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The improvement of art authenticators protection through the amendment to New York State Art and Cultural Affairs Law

Artworks authentication continues to be a debated issue even outside the Courts.

Over the years art authenticators, such as artists authentication boards and scholars, have been sued by artists’ heirs or by artworks owners disagreed with the authentication opinions released. For this reason many art authenticators have stopped issuing authentication opinions and this brought to the closure of some of the most important artists authentication boards such as Keith Haring or Andy Warhol ones.

On the last June 15th the New York State Senate approved the Bill S.1229A amending to New York State Art and Cultural Affairs Law in order to protect art authenticators in the visual art community from the increasing risk of civil action lawsuits.b7af9063dc0aadd4e65e20887a687098

Through the introduction of new procedural rules aimed to discourage litigations, the Bill heightened the standards for plaintiffs bringing actions against authenticators.

For example, it provides that plaintiffs shall «specify with particularity in the complaint facts sufficient to support each element of the claim or claims asserted». Moreover, it precludes prevailing plaintiffs from receiving legal costs in suits against authenticators and in the case that the plaintiff claim is rejected Courts could grant legal costs to the prevailing authenticator «upon a written finding of good and just case».

The Bill provides also a definition of “authenticator” which expressly excludes «person or entity that has a financial interest in the work of fine art or visual art multiple for which such opinion is rendered».

The Bill has been supported by several important art institutions also and it will
enter into force on 2016.

Issues related to the release of artworks authentication concern the Italian visual arts community also. Therefore, it should be desirable to put order to the current Italian framework learning from the American experience.

Avv. Lavinia Savini
Dott. Antonio Gallo
Dott.ssa Maria Paola Pinna

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Stati Uniti: in arrivo la riforma della “legge sulle arti e sugli affari culturali” a tutela delle fondazioni e degli esperti di opere d’arte

b7af9063dc0aadd4e65e20887a687098L’autenticazione delle opere d’arte continua ad essere un tema dibattuto fuori e dentro le aule dei Tribunali. Sempre più fondazioni d’artista e studiosi che rilasciano expertise sulle opere d’arte subiscono azioni giudiziarie da parte degli eredi dell’autore o dei proprietari delle opere stesse. Ciò ha portato alla chiusura di importanti Autentication Board quali quello dell’artista K.Haring o di E. Warhol .

Tale fenomeno, in espansione soprattutto negli USA, ha condotto i professionisti dell’arte, i giuristi e le istituzioni statunitensi a richiedere una riforma della legge sulle arti e sugli affari culturali (New York Art and Cultural Affair Law) a tutela degli esperti che rilasciano le autentiche. Così, nel giugno 2015, il Senato degli Stati Uniti d’America ha dato luce ad un nuovo progetto di legge.

La riforma si pone l’obiettivo di scoraggiare le azioni di responsabilità instaurate contro gli esperti che rilasciano le autentiche attraverso l’applicazione di nuove regole. Per esempio: colui che agirà in giudizio per il riconoscimento della responsabilità dell’esperto che ha rilasciato il parere su di un’opera d’arte dovrà fondare la propria domanda su elementi di prova sufficienti. Inoltre, anche nel caso in cui chi agisce vinca la causa non potrà chiedere la condanna dell’esperto al pagamento delle spese legali. Al contrario, qualora il giudice rigetti la domanda, l’esperto potrà chiedere in via riconvenzionale il pagamento delle spese legali sostenute.

Tale progetto di legge si applica a tutti coloro che possono essere definiti esperti di opere d’arte. E’ importante evidenziare come siano esclusi dalla definizione di esperto, e dall’applicabilità della suindicata riforma, coloro (singoli esperti o fondazioni) che abbiano un qualsivoglia interesse economico sull’opera oggetto dell’expertise.

La riforma della legge sulle arti e sugli affari culturali ha già ottenuto il sostegno di importanti istituzioni museali e la sua entrata in vigore è prevista nel gennaio 2016. Anche in Italia sono auspicabili una riflessione e un intervento legislativo per tentare di fare chiarezza in questo delicato ambito. A tal fine l’esperienza americana potrebbe fornirci importanti spunti.

Avv. Lavinia Savini

Dott.ssa Maria Paola Pinna

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Quando condividere un link o embeddare è illegale

Condividere informazioni attraverso link oppure embeddare video rientra nell’ordinario di tutti noi utenti internet. Ma ci siamo mai domandati se questa semplicissima operazione possa ledere i diritti dell’autore che ha pubblicato i contenuti, in seguito condivisi?

chromesocialLa questione è stata sollevata dalla società tedesca BestWater International, la quale ha accusato di violazione dei diritti d’autore un’azienda sua concorrente per aver embeddato su un sito, un video promozionale che BestWater aveva inizialmente pubblicato su YouTube.

La Corte di Giustizia Europea, con decisione C 348/13 del 21 ottobre 2014, ha stabilito che l’embedding o “incorporamento” dei video su un sito non viola alcun diritto d’autore, essendo il contenuto già pubblico sul web e visibile a tutti. A maggior ragione se il video è stato diffuso su una piattaforma che vanta un enorme seguito, quale YouTube.

Per gli stessi motivi, non viola il diritto d’autore l’e-linking, ossia l’inserimento all’interno di un sito di un collegamento ipertestuale – il link – che rimanda ad una pagina di un diverso sito.

Ma nel caso divulgassimo sul web un articolo pubblicato solo, ad esempio, per la ristretta cerchia dei lettori abbonati ad una rivista online, potremmo essere incolpati di aver violato i diritti d’autore, in quanto il contenuto linkato raggiungerebbe un pubblico nuovo, che era stato escluso volontariamente dall’editore (Svensson and o. vs Retriever Sverige AB).

Dunque, esclusi alcuni casi particolari, al momento restiamo liberi di condividere video e link riguardanti i temi che più ci interessano, senza commettere alcuna violazione. Del resto, l’essenza del World Wide Web sta tutta nella libera e gratuita circolazione di notizie.

In controtendenza alla libertà della rete, sembrano porsi le “licenze di link” e l’attuale “diritto di link”, vale a dire l’obbligo – già realtà in Inghilterra, Germania e Spagna – per i blog e aggregatori di notizie che ospitano link di periodici e riviste online, di corrispondere un’equa remunerazione all’editore. Inevitabilmente, la nuova tassa sul web ha sollevato alcune perplessità dettate specialmente dalla preoccupazione di creare un internet imbavagliato e controllato da pochi, come accade normalmente per una qualsiasi emittente televisiva.

D’altra parte, pur disapprovando l’idea di un web autoreferenziale e poco interattivo, è necessario usufruire di strumenti semplici ma efficaci che proteggano gli utenti – siano essi, persone fisiche o giuridiche – da gravi violazioni della privacy, dei copyright, dei diritti d’autore e della pirateria online.

Per quanto riguarda, ad esempio, la pirateria online, gravemente lesivi per la tutela e il commercio delle opere protette da copyright sono il diffusissimo quanto abusivo streaming dei film e il download di musica da siti pirata. Senza voler approfondire il tema, vale la pena ricordare che quest’ultima pratica illecita è in netta diminuzione anche grazie all’impatto positivo di strumenti semplici ma efficaci quali piattaforme pensate per una condivisione legale dei brani come SoundCloud, YouTube, Spotify etc. che, non solo non uccidono l’industria musicale ma, tramite il file sharing, aiutano le vendite.

Tutto sommato, condividere resta il minore dei problemi.

Dott.ssa Maria Paola Pinna

(Articolo originariamente pubblicato su Tutela digitale, il blog Red Points Solution Srl).

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Il diritto all’oblio, privacy e libertà di stampa

Col termine diritto all’oblio si fa riferimento al giusto interesse di ogni persona a non restare indeterminatamente esposta ai danni ulteriori che arreca al suo onore e alla sua reputazione la reiterata pubblicazione di una notizia che in passato era stata legittimamente pubblicata (Cass.3679/98).

Il diritto all’oblio dunque, vuole tutelare i diritti fondamentali e la privacy dell’individuo rispetto all’interesse pubblico di accedere alla notizia.

Il tema è tornato attuale successivamente alla sentenza emessa dalla Corte di Giustizia Europea del 13 maggio 2014 n. C-EVIDENZA-Google-Garante-privacy131/121, riguardante la vicenda del Sig. Gonzales, cittadino spagnolo, il quale ha ottenuto la rimozione da Google di alcune notizie che associavano il suo nome ad un’asta immobiliare relativa ad un pignoramento per riscossione coattiva di crediti avvenuto 16 anni prima. Di preciso la Corte ha stabilito che Google deve consentire la de- indicizzazione di pagine e contenuti che includono dati personali lesivi della reputazione e dell’immagine della persona, qualora tali informazioni non siano più attuali né di interesse pubblico.

Per quanto concerne l’applicazione del diritto all’oblio in Italia, fino ad oggi, un consolidato orientamento giurisprudenziale – pur avendo più volte statuito a favore della tutela dell’onore e della reputazione della persona e recepito le linee guida espresse dal Garante della Privacy circa le corrette modalità di trattamento dei dati personali (si veda ad esempio il dovere delle testate giornalistiche di predisporre un sistema di archiviazione “idoneo a segnalare la sussistenza di un seguito o di uno sviluppo della notizia e quale esso sia stato” -Sent. 5525/2012-) – considerava Google un mero intermediario, un Host Provider il cui compito era esclusivamente quello di fornire la piattaforma informatica sulla quale gli utenti potevano caricare i loro dati e dei quali, tuttavia, continuavano ad essere gli unici titolari e responsabili.

Pertanto in caso di lesione dei diritti fondamentali della persona, le sanzioni, amministrative e penali previste per il titolare del trattamento dei dati sensibili potevano essere applicate esclusivamente agli utenti, e non ai motori di ricerca (a riguardo si veda Google vs Max Mosley; Google italia vs Vividon e Cass. 5525/2012).

imagesAlla luce del nuovo regime di responsabilità di Google, lo stesso motore di ricerca si è immediatamente adoperato per applicare quanto disposto nella sentenza della Corte di Giustizia Europea, creando un comitato ad hoc “the advisory council to Google on the right to be forgotten” finalizzato a conseguire il giusto bilanciamento tra applicazione del diritto all’oblio e diritto alla libertà di informazione e di stampa. Diversi illustri italiani sono stati chiamati ad esprimere un parere sulla vicenda.

Tra i quesiti sollevati, la maggioranza ha riguardato dubbi sull’aver affidato una tale ingente responsabilità ad un motore di ricerca, che segue logiche di mercato, anziché ad istituzioni pubbliche ufficiali e indipendenti.

Inoltre ci si è domandati se un contenuto de-indicizzato resti tale in ogni caso oppure in presenza di rinnovata attualità della notizia torni a comparire tra i risultati delle ricerche (pensiamo ad esempio a colui che dopo aver scontato la pena commette recidiva).

È stata accolta con entusiasmo una possibile funzione pedagogica-rieducativa del diritto all’oblio che si potrebbe inserire nel quadro della funzione riabilitativa della pena come disciplinato all’articolo 27 comma 3 c.p., favorendo il reinserimento sociale di colui che ha scontato quanto dovuto.

Da ultimo, sono state proposte soluzioni pratiche quali ipotizzare una disposizione legale che consenta una cancellazione temporanea del link, con eventuale ripristino del collegamento qualora l’utente, trascorsi 30 giorni dall’avvenuta de-indicizzazione, non si presenti all’Autorità Giudiziaria o al Garante.

Queste ed ulteriori problematiche dovranno trovare una soluzione idonea a bilanciare gli interessi dei soggetti in questione. L’urgenza indicata dalla mole di richieste pervenute, che non sempre trovano accoglimento da parte del motore di ricerca, insieme all’esortazione del neo commissario Europeo del Mercato Unico Andrus Ansip di utilizzare il diritto all’oblio quale eccezione e non quale regola, ha persuaso le Autorità Europee Garanti della Privacy ad elaborare criteri di giudizio comuni e oggettivi che permettano di gestire (ed eventualmente rivalutare) anche i casi più controversi inizialmente respinti da Google. La questione è in continuo divenire.

Dott.ssa Maria Paola Pinna 

(Articolo originariamente pubblicato su Tuteladigitale.it, il blog di Red Points Solution Srl).

 

 

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